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Cosa accadde 73 anni fa a Gunu Gadu

Il capitano Antonio Bonsignore

 

Fino al giugno 2000, durante l’annuale festa dell’Arma che si svolgeva nella piazza d’armi della caserma dei Carabinieri di Camerino, qualche invitato avrà notato un’epigrafe affissa sulla facciata orientale del palazzo, facente parte di un complesso monastico risalente al XIII secolo.

 

In quelle cerimonie, volute dal maggiore Gino Briganti, veniva deposta una corona in onore del capitano Antonio Bonsignore, medaglia d’oro al valor militare, al quale è intitolata la caserma.

 

A 73 anni dalla scomparsa è bene ricordare quest’ufficiale nato ad Agrigento il 3 febbraio 1896.

 

Iniziò la carriera militare a venti anni come allievo ufficiale di complemento alla Scuola Militare di Modena (ora Accademia).

 

Fu poi destinato al 10° Reggimento Bersaglieri di Palermo.

 

Nel corso della I Guerra Mondiale, dal novembre 1916  al novembre 1918, partecipò alla campagna d’Albania, guadagnando due decorazioni al valor militare: la croce di guerra per l’episodio del ponte di Kuci e la medaglia di bronzo per il fatto d’arme di Biesciova.

 

Nell’anno 1920 transitò nell’Arma dei Carabinieri con il grado di tenente e fu destinato ai reparti mobili in Sicilia.

 

A Cianciana e Campobello di Licata (entrambi in Provincia di Agrigento), dal febbraio all’agosto del 1927, nell’ambito della lotta al brigantaggio, contribuì a sgominare due bande.

 

Concorrendo all’arresto di 121 malviventi, ricevette due encomi solenni dal Comando Generale.

 

Promosso capitano nel 1933, fu inviato al comando della Compagnia di Ozieri (SS) e nel dicembre 1935 giunse a Camerino. In quegli anni Bonsignore collaborava con la III Sezione - Controspionaggio - del SIM (Servizio Informazioni Militari) servizio diretto dal gen. Mario Roatta. Nel 1939 gli uffici romani del Servizio di via Crispi 10 furono, per la prima volta, intitolati alle medaglie d'oro: il Controspionaggio prese il suo nome.

 

Dopo meno di tre mesi di permanenza nella città dei Da Varano, il 25 febbraio successivo, Bonsignore partì volontario per la Somalia con i reparti autocarrati mobilitati dell’Arma per partecipare alla campagna d’Etiopia.  

 

La motivazione incisa sulla fredda pietra, al di lá dell’atto eroico, non chiarisce le circostanze dell’accaduto. Andiamo quindi a vedere cosa accadde il 23 e il 24 aprile 1936 a Gunu Gadu, dove ebbe luogo lo scontro chiave della seconda battaglia dell’Ogaden. È questa una regione dell’Etiopia al centro del corno d’Africa, abitata prevalentemente da somali. 

 

 

 

 

Le operazioni militari contro l’imperatore  d’Etiopia, il negus Hailè Selassiè, erano iniziate il 2 ottobre 1935.

 

Le “Bande autocarrate” erano quattro reparti speciali dell’Arma composti ciascuno da due compagnie e un plotone comando per un totale di mille uomini ognuna.

 

Quei contingenti furono inquadrati a Roma, il Re in persona si recò a salutarli alla Scuola Allievi, poi s’imbarcarono a Napoli sul piroscafo Sannio. Il 10 marzo giunsero a Obbia sull’oceano Indiano.

 

Per portare a termine la conquista del paese fu deciso di attaccare l’Ogaden da tre direzioni partendo dalla Somalia italiana. Quando il 16 aprile cominciò l’avanzata, il cap. Bonsignore faceva parte della colonna Agostini, composta anche da una coorte d’artiglieria della milizia forestale e da dubat coloniali.

 

La prima resistenza etiope fu incontrata a Gunu Gadu, un baluardo avanzato posto nei pressi della città di Sassabeneh.

 

Questa zona rocciosa e ricca di boschi secolari era stata fortificata in un anno con l’aiuto dei consiglieri militari belgi e di Wehib Pascià.

 

Gli etiopi ne andavano orgogliosi tanto da chiamarla “linea Hindemburg”.

 

I trentamila etiopici erano trincerati in caverne e buche profonde tre metri scavate nel terreno tra gli alberi secolari. Esse lasciavano la possibilità di sparare in tutte le direzioni.

 

Il bombardamento aereo preliminare delle ore 8,00 del 23 aprile non danneggiò le fortificazioni.

 

Il tentativo del luogoten. gen. Augusto Agostini di travolgere la resistenza etiope con una manovra a tenaglia non riuscì. 

 

Per l’intera giornata i reparti italo - somali restarono inchiodati sulla riva destra del torrente Giarer e dovettero subire due contrattacchi.

 

Non rimase che espugnare una a una quelle ridotte.

 

I Carabinieri Reali attaccarono quelle posizioni allo scoperto con gli autocarri, il durissimo scontro a fuoco durò dalle ore 7,00 fino alle 16,00 e fu ricco di episodi individuali di rilevante valore.

 

Il cap. Bonsignore si lanciò più volte contro i trinceramenti nemici e, benché ferito, non accettò i soccorsi e continuò a guidare i suoi uomini finché non cadde colpito mortalmente.

 

Nello scontro perirono valorosamente anche altri 21 Carabinieri, tra cui il barese Vittoriano Cimarrusti e il bergamasco Mario Ghisleni. Ai tre fu concessa la medaglia d’oro al valor militare.

 

L’esercito etiope, demoralizzato, rinunciò a difendere le altre fortificazioni. Il 5 maggio 1936 le truppe italiane entrarono nella capitale Addis Abeba; entro la fine del mese, le operazioni militari si conclusero.

 

 Eno Santecchia